sabato 27 gennaio 2018

Sono una HSP, e ne vado fiera

Stavo vivendo un periodo piuttosto confusionale. Avevo tanti stimoli e spunti su nuovi progetti e nuove attività da proporre. Trovavo stimoli creativi ovunque. Qualcuno mi parlava e tra le sue parole riconoscevo un messaggio per un mio progetto. Camminavo per strada e si materializzava ciò a cui stavo pensando in quel momento. Leggevo un articolo e mi venivano mille idee. La mia testa era in sovraccarico, e in quei giorni facevo parecchia fatica ad ascoltare il corpo.
Fu in quel periodo che, una domenica, mi imbattei per caso nel libro di Rolf Sellin 'Le persone sensibili hanno una marcia in più'.  Avevo già letto alcuni articoli sulle HSP, le Highly Sensitive Persons, ma li avevo, in qualche modo, snobbati.
Quando ho visto questo libro qualcosa mi si è fermato dentro. E quando nelle prime pagine ho trovato scritto che: "La particolare modalità di percezione degli ipersensibili, che li porta a cogliere un numero incredibile di stimoli, li obbliga anche a elaborare un'enorme quantità di informazioni", mi si è letteralmente aperto un mondo.
Mi riconoscevo, finalmente.

Mi riconoscevo in una categoria di persone (siamo circa il 20% della popolazione), che è dotata, anzi super-dotata, di una sensibilità, sensitività e intelligenza fuori dal comune (aggiungerei anche creatività). Il che risulta da un lato un vantaggio enorme, ma dall'altro particolarmente impegnativo, se una persona non sa di esserlo e sopratutto se "soccombe" a questa ipersensibilità.

L'essere HSP non si manifesta da adulti. Con questa ipersensibilità ci si nasce. E se un bambino ipersensibile non viene riconosciuto e non ha intorno a sè un ambiente coerente, sicuro e adatto a questa sua caratteristica, ne soffrirà all'ennesima potenza. E piano piano, per sopravvivere (sì perchè di puro istinto di sopravvivenza si tratta), inizierà a soffocare le sue percezioni, fino ad arrivare a non sentirsi più. Gli stimoli saranno così elevati per lui, in un ambiente familiare che spesso non realizza di avere a che fare con un bimbo ipersensibile, che l'unica soluzione sarà diventare insensibile a tutto, ai segnali del corpo, alle emozioni. Con tutto quello che ne conseguirà nel corso della vita, ove specialmente nel mondo delle relazioni, un HSP avrà una profondo senso di minaccia e una incapacità di aprirsi, lasciarsi andare e capire se quella relazione è buona per lui.

Quando ho iniziato a leggere il libro di Rolf Sellin ho realizzato che per la prima parte della mia vita io non ho vissuto veramente. Fino a che non ho iniziato a lavorare sul corpo per diventare operatrice di craniosacrale, in contemporanea a un percorso di crescita personale, la mia ipersensibilità era sopita. Mano a mano che questo lavoro è andato avanti, ho potuto tornare ad ascoltare il corpo e con esso a "usare" questa ipersensitività.

Di qui il mio interesse per tutte le pratiche meditative, di consapevolezza corporea, di coerenza cardiaca che ho appreso prima per me stessa e poi per proporle alle persone con cui lavoro. Di qui anche la facilità estrema di apprendimento delle pratiche e dell'insegnamento delle stesse.

Una persona ipersensibile, aggiungo, spesso finisce per fare il terapista, senza necessariamente sapere di esserlo. Rolf Sellin stesso è uno psicoterapeuta ad indirizzo corporeo. E' un vantaggio enorme per chi lavora con le persone. Ma è necessario e fondamentale sapere di essere così, per trasformare le proprie caratteristiche innate in vantaggi e doti. Altrimenti si vive una vita in cui ci si sente strani, diversi, e si può pensare di essere sbagliati. Mentre la forte emotività, il 'sentire' le emozioni delle altre persone, l'elevatissima empatia, i fastidi per i rumori forti e in generale per i suoni a volume alto o le luci intense, sono caratteristiche proprie degli HSP, per citarne alcune.

Ho scritto questo articolo parecchio tempo fa, e ho deciso di pubblicarlo per portare un contributo alle persone che sono degli HSP e non sanno di esserlo. A loro consiglio di leggere il libro di Sellin, già quello è il primo passo verso il riconoscersi. Il secondo passo è l'apprezzarsi per come si è, perchè l'ipersensibilità è un dono enorme, un contributo unico che possiamo portare nella nostra vita e nelle vite delle persone che incontriamo sul nostro cammino.

a Lucia, 
e a Barbara.

Maria Cristina Leboffe
©2018
 - riproduzione consentita citando la fonte




domenica 21 gennaio 2018

Fate di ogni parola uno spazio in cui riposare

Fate di ogni parola uno spazio in cui riposare.
Ogni parola sceglietela con cura, come scegliete un gesto gentile. 
Le parole sono intenzioni, sono volonta’ ed emozione. 
Se non abbiamo quelle giuste, lasciamo degli spazi vuoti, che il tempo riempira’. 
Facciamo nostre le parole che diciamo, non lasciamole al caso.
Ogni parola è una vibrazione che lasciamo uscire nello spazio delle nostre vite.
La qualità di quello spazio dipende dalle parole che scegliamo.
E possiamo sempre sceglierle,
come possiamo scegliere di custodirle nel cuore per lasciarle riposare.

“Gli spazi vogliono parole”
Cees Noteboom, Cerchi infiniti.


Maria Cristina Leboffe©2018


(Copia consentita citando la fonte)


photo by sasint on pixabay

lunedì 8 gennaio 2018

Il giudizio

Il giudizio verso noi stessi è un'arma sottile. 
Giudicarsi è bloccare, impedire, cristallizzarci in qualcosa che non siamo (e che non siamo mai stati). 
Il giudizio è un'arma che abbiamo imparato a usare, e che probabilmente ci è stata anche insegnata, che ci attacca e ci toglie energie. 
Con il giudizio contro noi stessi, in questo dialogo silenzioso, ci togliamo dalla fluidità della nostra vita.
Il primo passo è accorgersene. E la domanda da farci è: Chi sta parlando? Chi sta pensando, in questo momento, questa cosa di me?
Ci accorgeremo che stiamo parlando per conto di qualcun'altro (genitori, società, schemi morali), e mai, mai dal nostro vero centro.
Perchè il nostro vero centro non giudica, ama.

Maria Cristina Leboffe
(©2017, solo riproduzione integrale)



lunedì 1 gennaio 2018

Resistere alla vita

La cosa peggiore che possiamo fare è resistere alla vita.
Resistere ai segni che ci arrivano, ai messaggi che la vita ci porta, a quello che ci mette davanti. Resistere è un atto contro la nostra innata naturale tendenza ad affidarci. Tutta la nostra esistenza è un  naturale affidarci. Già da quando siamo embrioni ci affidiamo alle forze che ci costituiranno cone corpo. Appena nati ci affidiamo a chi si prende cura di noi. Al nostro primo tuffo in mare ci affidiamo al mare, certi che ci sorreggerà. Ma, c’e un ma. Se opponiamo reistenza alla vita, vuol dire che siamo in contatto intimo con una cosa: la nostra paura. La paura e solo la paura crea resistenza. E questa paura non ce la siamo inventata. L’abbiamo provata in un certo momento, una paura che non ci apsettavamo e che non era prevista. Le paure che ci segnano profondamente sono quelle che proviamo da embrioni, nel periodo prenatale e nell’immediato post natale. Paure che spesso non sono arrivate alla coscienza, ma che dipingono tutta la nostra vita se non vengono accolte e integrate. E allora, quando la vita ce la mette davanti la nostra resistenza, possiamo chiederci, in realtà, qui, in questo momento di cosa ho veramente paura? Possiamo fare pace con questo, sempre, siamo ripieni di risorse infinite, il nostro corpo connesso al campo che ci ha generato ha infinite risorse. Impiariamo a ricontattarle e a farne tesoro.

Maria Cristina Leboffe©2017
(tutti i diritti riservati)


photo by Quangpraha on Pixabay

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