venerdì 28 luglio 2017

Una giornata diversa


Quando ero ragazzina l'estate voleva dire un'unica cosa: andare al mare.
C'era l'attraversare, via mare, del confine gli stabilimenti balneari per raggiungere gli amici, c'erano le sere che si era gli ultimi, ma proprio gli ultimi, a lasciare la spiaggia, eravamo la disperazione dei bagnini. C'erano gli amori estivi, che si pensava sarebbero durati per sempre.
E poi c'erano le giornate (di solito una, al massimo due nel corso della stagione), in cui il tempo si rannuvolava ed arrivava la pioggia.
Quelle erano le mie giornate preferite.
Erano giornate diverse, la spiaggia era diversa, gli amici erano diversi, la città estiva sembrava diversa. Cambiava qualcosa nel ritmo dei nostri cuori, la pioggia e l'acqua grigio-cielo ci costringevano a rallentare, a fare cose diverse (molti giocavano a carte, io di solito insistevo a stare in spiaggia fino a che il mio asciugamano acquistava la consistenza del muschio d'autunno).
Erano giornate diverse, che ti davano un nuovo punto di vista e di solito nuovi stimoli.Questo mi fa venire in mente che ogni tanto ci serve una giornata diversa. Fuori dal tempo. O in tempo contrario.
Una giornata che ci consenta di prendere un punto di vista diverso su quello che stiamo vivendo.
Una giornata che sia uno spazio diverso, inusuale, uno spazio che non conosciamo. Dalla meraviglia e dalla curiosità che una giornata così può portare, si può riaccendere la nostra vita.
E possiamo tornare a noi diversi, più curiosi forse anche nei confronti del resto della vita.

Maria Cristina Leboffe
(Tutti i diritti riservati)


Cercare una soluzione

Tutti arriviamo nella vita a un punto in cui dobbiamo cercare una soluzione a quello che stiamo vivendo, ad uno stato, un 'mood' che dura da troppo tempo, a una situazione che ci sta stretta. Ed è facile che, arrivati a questo punto di non ritorno, si inizi compulsivamente a cercare una soluzione all'esterno.

La soluzione non è mai al di fuori di noi.

La soluzione è già dentro di noi. La soluzione è contenuta in quel vuoto dell'ascolto che possiamo creare in noi.



Volete trovare una soluzione? Prendetevi una pausa, create uno spazio vuoto (anche non fisico) nella vostra vita. State fermi.
La soluzione non si trova iniziando a muoversi in tutte le direzioni che ci vengono in mente, o contattando tutte le persone che abbiamo intorno.

La soluzione arriva dallo stare fermi, da quel vuoto che si crea in una pausa.

Non mi stancherò mai di ripetere alle persone, clienti e non, l'importanza della pausa.
Il nostro corpo, fisiologicamente, in quella pausa si carica di potenza. E poi decide dove dirigere quella potenza, verso quale nuova direzione orientarsi. Ma se non gli date mai modo di farlo, di fermarsi per accumulare quella potenza, il vostro sistema andrà comunque avanti, arrivando ad esaurirsi.

L'importanza della pausa e del vuoto è un tema molto sottovalutato, in una realtà sociale in cui ci riempiamo di cose da fare, da leggere, da ascoltare. E invece è proprio da uno spazio di vuoto e di pausa che sorge l'intuizione delle nostre soluzioni, non da un caos affollato di idee, azioni e pensieri.

Maria Cristina Leboffe©2017
(tutti i diritti riservati)




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mercoledì 26 luglio 2017

Il corpo sa già ogni cosa

Il corpo sa, ma non è presuntuoso.

Ci conduce lungo la strada
come un padre affettuoso,
come una madre presente,
come un fiume calmo, a volte impetuoso.

Il corpo è bandiere, linguaggi, pensieri.

È una storia scritta nelle cellule.
È una danza di molecole e respiro.

Il corpo è la strada verso casa.

Il corpo è il nostro Risveglio.

Maria Cristina Leboffe
(tutti i diritti riservati)


Il ritmo della pace



Tutte le esperienze forti che facciamo nella vita lasciano un segno.
Tutte. Da come avviene il nostro concepimento, se desiderato, non desiderato, casuale, con sforzo infinito, a quando nasciamo, a come cresciamo, alle esperienze, dure, che tutti attraversiamo nel corso della nostra esistenza su questo pianeta.
E' bene ricordare sempre che, anche se messo davanti a tutto questo, il nostro corpo ha infinite risorse, interne, esterne, per riequilibrarsi, per ridiventare coerente, per riacquistare quel ritmo di serenità che è suo proprio.
Un ritmo equilibrato e dolce, un ritmo che porta la pace, quel ritmo di eterna contrazione ed espansione che abbiamo in comune con tutta la Natura e con l'Universo.

Il tempo è la linfa vitale del jazz. 
Non il tempo dell'orologio 
e neppure quello marcato dallo spartito. 
È il tempo di swing. 
(Wynton Marsalis)

Maria Cristina Leboffe
(tutti i diritti riservati)

lunedì 24 luglio 2017

Io ti prego, osa

C'è una frase bellissima che mi colpisce da sempre nel film 'Tornare per rivivere' di Claude Lelouch (Partir et Revenir).

Il film, ambientato nella Francia della seconda guerra mondiale, narra la storia di una ragazza ebrea e del suo ritorno, a guerra finita, nel luogo dove la sua famiglia era stata prima nascosta, poi denunciata e infine catturata.

La frase è questa: "Je t'en prie: ose"- io ti prego, osa.

E' la frase che la protagonista, Salomé Riviére rivolge a Vincent, il suo amore di ragazza con il quale si riunisce al suo ritorno dai campi di concentramento.

Io ti prego osa, vai oltre a te stesso, per me. Nel film, l'atto dell'osare da parte di Vincent porterà a un epilogo tragico ma catartico per tutti i protagonisti.

E qui mi trovo a scrivere ancora un'articolo sul tema dell'osare.

Osare può avere un doppio significato: compiere un'azione impudente, eccessiva, non conforme oppure può significare 'avere il coraggio di'. In entrambi i casi, è un'azione di rottura di un'equilibrio, una meteora che cambia una situazione, una presa di coscienza diversa per tutte le persone coinvolte.

Riflettevo sul fatto che per osare in qualcosa, si deve essere se' stessi. Non posso osare essendo qualcun'altro. La forza che è insita nell'azione dell'osare è del mio essere intimo, è qualcosa che a un certo punto irrompe, viene fuori, non posso più trattenere.

E qui propongo una riflessione, per tutti noi: qual è stata l'ultima volta che hai osato qualcosa? Come ti sei sentita/o dopo? E sopratutto, da quanto tempo è che non osi più nella tua vita?

Maria Cristina Leboffe
(Tutti i diritti riservati)









sabato 22 luglio 2017

Per espandersi bisogna partire da un centro - Sul Trauma (1)

Cosa vuol dire che per espandersi bisogna partire da un centro? Vuol dire che prima questo centro lo si deve avere, e bello solido. A chi mi chiede ma come faccio a trovare il mio centro, di solito rispondo: il tuo centro sei tu. Tu e solo tu. Tutto tu, non più una parte o un'altra. Tu, intero. Tu, nel tuo corpo.

Lavoro con molte persone che non sentono il corpo. Letteralmente non lo sentono. E che, durante le pratiche di SE o le sessioni di BCS, mi dicono eh sì il mio corpo non lo ascolto molto. Come se il corpo fosse altro da loro, come se non fosse loro.
Beh, ma dai, banale direte, si sa ormai che siamo fatti di una unità di corpo e mente. Chi ha esplorato sè stesso o fatto un percorso di crescita personale, lo sa. Da lì a farne esperienza diretta nel quotidiano, però, ce ne passa. Questo non perchè ci siano persone meno capaci di altre. Ma perchè nella vita di quelle persone ci sono stati degli eventi forti, singoli o degli eventi ripetuti nel tempo che hanno fatto sì che il corpo e le sensazioni corporee venissero messe a tacere.

E queste stesse persone vivono apparentemente una vita appagante, ma sanno, nel profondo di essere insoddisfatte, sentono una sofferenza di sottofondo, un male di vivere. Ricadono sempre negli stessi schemi. E sopratutto non sono a contatto con la piacevolezza della vita. Il loro corpo, per difendersi, ha scelto di non sentire il dolore, si è chiuso in una contrazione. Ma quella contrazione lo ha chiuso anche alla piacevolezza e alla gioia della vita.

Per tornare ad espandersi alla vita l'unica strada è fare pace con il corpo, accoglierlo, accogliere e ascoltare le sensazioni corporee. L'unica strada è lasciare andare, nel qui ed ora, queste memorie incistate nelle nostre cellule.

Ed è possibile. Ed è allora possibile con questo costruire una società fatta di persone coscienti di sè stesse, che si relazionano a partire dai propri talenti e dalle proprie gioie, e non dalle proprie ferite.

Il trauma è forse la causa di sofferenza umana maggiormente incompresa,
elusa, sottovalutata, e non curata.
da SomaticExperiencing.it


Maria Cristina Leboffe(tutti i diritti riservati)




mercoledì 19 luglio 2017

A mano a mano

Mi sono svegliata con questa canzone in testa. La versione cantata da Rino Gaetano. Struggente e bellissima. Nel corso del tempo ho imparato che le canzoni che mi tornano in mente hanno un messaggio per me, legato al momento che sto vivendo. E, oggi, mi sono chiesta qual è il messaggio di questa canzone.
A mano a mano. Lentamente, per gradi, con le mie mani. Posso concedermi di stare in questo 'a mano a mano', senza forzare la vita, senza per forza già voler vedere la fine.
Guardare le nostre mani, osservarle per qualche momento, ci aiuta a ricordare che per costruire una casa gli operai ci mettono tempo, facendo le cose 'a mano a mano', procurando i materiali, assemblandoli, iniziando a metterli in opera. Ogni fatto della nostra vita segue questa progressione: a mano a mano costruiamo un amore, a mano a mano creiamo un progetto, a mano a mano portiamo dei cambiamenti.
A mano a mano.
Osservatele, ogni tanto, le vostre mani. Non sono bellissime?

Maria Cristina Leboffe
(tutti i diritti riservati)
Ma... dammi la mano e torna vicino
Può nascere un fiore nel nostro giardino
Che neanche l'inverno potrà mai gelare
Può crescere un fiore da questo mio amore per te.
A mano a mano, Rino Gaetano, testo Riccardo Cocciante


martedì 18 luglio 2017

Non è più possibile delegare

Non è più possibile delegare la nostra felicità, il nostro benessere, agli altri.
La vita, per quanto sia scontato dirlo, è la nostra.
Il corpo, è il nostro.

Solo noi (la nostra mente, il nostro corpo), ne conosciamo la storia, che è unica per ognuno di noi. Smettiamola di credere e pensare che altri possano dirci cosa è bene per noi. Smettiamola davvero. Risvegliamo quella saggezza innata, quella intelligenza che è dentro di noi, che sa cosa è giusto per la nostra vita. Che sa cosa veramente ci rende felici. Gli altri, lasciamoli parlare. Troviamo, in ogni cosa, il nostro modo. Un modo libero dai condizionamenti familiari, sociali. Un modo vero. Il nostro.

Maria Cristina Leboffe©2017
(Tutti i diritti riservati, è in preparazione un libro)







sabato 15 luglio 2017

Istantanee di una vita

L'istantanea dello schermo è uno strumento che uso tantissimo: articoli, foto, frasi. Premo due tasti e via, tutto quello che mi serve ricordare viene fissato in una foto. Ho preso la buona abitudine, di svuotare ogni tanto il tablet da questi promemoria visivi dopo averli usati: un tempo li tenevo tutti, chissà, mi dicevo, magari mi servono ancora. Non capivo che intasando il tablet di memorie e di cose da ricordare, intasavo anche me stessa.

In questo momento sto viaggiando su una velocissima Frecciabianca che ha attraversato anche la mia città. Ho rivisto dal finestrino alcuni luoghi della mia infanzia, la mia scuola, il campetto da calcio, il campo di atletica. Li ho rivisti velocissimi, istantanee della mia vita passata.
E ho pensato che anche queste istantanee, come quelle dello schermo del tablet, è meglio lasciarle andare. 

Acquisire la capacità di veder passare le istantanee della nostra vita, di osservarle, magari anche risentirne l'emozione, e di lasciare andare, ci dona una vita serena.
Vivere fluidamente è osservare le istantanee del nostro ora, del percorso che viviamo, delle persone che incontriamo, con un minimo di distacco, da osservatori. Anch'esse diventeranno istantanee di un passato, e più le avremo vissute in modo equanime, più potremo lasciarle andare facilmente.

Maria Cristina Leboffe
(tutti i diritti riservati)

giovedì 13 luglio 2017

Il leone senza stress

Lavoro con tante persone che si rivolgono a me per un tema comune: lo stress. Persone soverchiate dagli impegni, sempre di corsa, che ogni tanto si esauriscono completamente. Sia che questa mole di impegni sia necessaria o meno nella vita di queste persone (ma questo è un altro tema), lo stress, solitamente, è generato da due fattori principali:
1) il fare una delle 100 attivita' della giornata già pensando e preoccupandosi delle successive;
2) il non dare al corpo il tempo di integrare la fine di un'attività e il passaggio verso l'inizio di un'altra.

Lo stress è una parola del corpo che va ascoltata e non sottovalutata perché intanto 'siamo tutti stressati'. Lo stress non fa parte di una condizione naturale dell'uomo. È un indice che qualcosa non è o non si svolge in armonia nella propria vita.

È quasi impossibile convincere una persona iper-impegnata (almeno inizialmente) a ridurre le attività che fa. Ma è possibile apprendere che, se sono completamente presente a quello che sto facendo, la fatica si dimezza e la mia energia è utilizzata al meglio. Basta farne esperienza una volta: quando ci si rende conto dell'importanza di essere presenti a quello che si sta facendo, qualcosa già inizia a cambiare.

Pensiamo a un leone: quando caccia, caccia. Quando riposa nella savana, riposa. Ce lo vedete un leone che si apposta per una preda e intanto pensa a come farà a cercare un posticino comodo dove riposare? Come minimo si distrae, certo per la gioia della gazzella, ma molto meno per la sua pancia che restera' vuota o per quella dei suoi piccoli, che non mangeranno.

Il secondo punto, nella mia esperienza, è tanto importante quanto il primo, se non più importante. Riguarda i momenti della nostra giornata che sono momenti di 'passaggio'. Quando passate da un'attività ad un'altra, è importante dare al vostro sistema il tempo di 'atterrare' in quella nuova attività che state per iniziare. Un esempio classico è quando si arriva a casa la sera: datevi il tempo di rendervi conto che siete a casa, e che andrete, per esempio, ad iniziare a preparare la cena. Mi direte "Non ho tempo". Non ci vuole mezz'ora per fare questo, per ri-orientarvi nello spazio in cui siete e verso l'inizio della nuova attività. Prendetevi qualche minuto di pausa, qualche minuto 'vuoto'. Bastano anche 3 minuti, scelti e vissuti coscientemente come pausa tra un'attività (l'aver camminato fino a casa) e l'inizio di un'altra (preparare la cena). In mezzo a queste due attività c'è, per il corpo, l'attività "sono a casa" che va portata alla coscienza e vissuta, anche per una manciata di minuti.

Lo stesso leone, il cui mestiere è cacciare, non è che caccia-caccia-caccia tutto il santo giorno. Alterna i monenti di caccia con i momenti di riposo. E quando cambia attività si orienta allo spazio che ha intorno. Sa esattamente dov'è in ogni momento e cosa sta facendo.

Al di là che ci possa essere una ragione fisiologica per questa iper-attivazione in una persona, sulla quale si può ovviamente lavorare, già questi accorgimenti possono portare un enorme cambiamento. Lo stress si riduce. La qualità della propria vita cambia. E ve lo dice una che, tendenzialmente, è un'iperattiva.
Provare per credere.

Maria Cristina Leboffe©2017
(Tutti i diritti riservati, è in preparazione un libro)



martedì 11 luglio 2017

Lo spumante delle emozioni

Sono stata, fin da bambina, una persona estremamente emotiva.
Una di quelle che si emoziona per un nonnulla, che basta una bella foto per commuovermi.
Che se per qualcun altro il film che stiamo vedendo è blandamente commovente, per me è come vedere 10 volte in un minuto Schindler's List.
Ho dovuto imparare ad autoregolarmi, per sopravvivere. Per non farmi ogni volta travolgere da questa mia parte emotiva. E quando ho imparato, la mia vita è cambiata.
Penso che non sia molto importante che vi dica come ho imparato, anche perché ha molto a che vedere con il lavoro che faccio: ciascuno può trovare il suo modo, di strade ce ne sono davvero tante.
Ma la scoperta che ho fatto, quella si' che è importante.
Ho scoperto che non è tanto quello che proviamo ad avere effetto su di noi, ma per quanto tempo lo proviamo.
L'emozione forte avviene, certo. Non viviamo in un eremo, siamo inseriti in un ambiente che ci coinvolge emotivamente. Le persone che incontriamo, le relazioni che abbiamo, i fatti che ci accadono. Ma ogni emozione, dalla più forte alla più debole, ha un tempo limitato, se non le diamo opposizione. Se la lasciamo accadere, se le vogliamo bene per il tempo in cui accade, e se la lasciamo andare, lei semplicemente avviene e se ne va.

Proviamo a considerare l'emozione come spumante. Quando agitiamo una bottiglia per stapparla, dopo aver tolto il tappo, lo spumante esplode. Reprimere un'emozione è come cercare di trattenere il tappo. Un'operazione inutile, anche perché, andato via il tappo e venuta meno la pressione, lo spumante si acquieta e noi possiano berlo.

Ecco. La prossima volta che arriva un'emozione forte, pensate ad un Franciacorta. Lasciatela uscire, state con lei. Respirate. E, sopratutto, durante e dopo, non giudicatevi per averla provata. Amate le vostre emozioni.


Accettazione è un moto di disponibilità del cuore
a includere qualunque cosa si trovi davanti.
(Jack Kornfield, Il cuore saggio).

Maria Cristina Leboffe©2017
(Tutti i diritti riservati, è in preparazione un libro)



domenica 9 luglio 2017

Non cementatevi in una definizione di voi stessi

Non cementatevi in una definizione di voi stessi.

Siamo processo, non cemento.
Siamo fiumi, non laghi ghiacciati
Siamo liberi, non prigionieri di impostazioni predefinite.
Siamo divenire.
Siamo potenza.

Siate vento, luce, acqua.
Siate voi stessi, in ogni momento diversi.
Siate liberi.

©2017 Maria Cristina Leboffe
(tutti i diritti riservati)





sabato 8 luglio 2017

Incantesimi per essere sereni: Harry Potter (1)

Sono una fan sfegatata di Harry Potter. Dei film intendo. I libri (per ora) non li ho ancora letti.
Tra le scene cinematografiche, ce n'è una in cui Harry e il suo padrino Sirius Black vengono attaccati, sulla riva del Grande Lago, dai Dissennatori, esseri spaventosi che ti succhiano l'anima. E' una scena stupenda e toccante. In pericolo di vita, Harry pronuncia, per la prima volta, l'incantesimo EXPECTO PATRONUM: un cervo di luce appare sulle sponde del lago, emanando un vento che spazza letteralmente via i Dissennatori.
In cosa consiste questo incantesimo? Nel concentrarsi su un momento della nostra vita in cui ci siamo sentiti profondamente amati o felici. Quando un mago si focalizza e riesce a mantere la concentrazione su questo pensiero, dalla sua bacchetta si materializza un animale di luce, che può assumere la forma di un cervo, come per Harry, o di una lepre, come per Luna Lovegood. Un animale benevolo, amico, con la purezza della luce.

Expecto Patronum. Aspetto un protettore. Chiamo un protettore.

Ho visto e rivisto i film di Harry Potter molte volte, ma solo ieri mi è venita in mente l'analogia tra l'incantesimo e una pratica di auto-guarigione che considero molto potente (e molto semplice).
Uso il termine 'guarigione', un po' forte forse, volutamente.
Noi consideriamo una malattia fisica come qualcosa da cui guarire. Ma spesso tralasciamo le malattie che attaccano l'anima.
Siamo sovraccaricati da quelli che sono i 'cattivi pensieri'.
Cattivi nel senso di nocivi per noi, quei pensieri ripetitivi che ci fanno soffrire e che di fatto non portano a niente, ma che ci succhiano l'anima.
La pratica di cui vi voglio raccontare, che chiunque può mettere in atto, è analoga a quella che produce l'incantesimo: per interrompere questo ciclo vizioso di pensieri, si può portare alla mente un evento lieto, un momento in cui ci siamo sentiti amati, una cosa che ci piace fare, un posto che amate. Portarlo alla mente, concentrarsi e dettagliarlo. C'erano suoni, profumi, odori? Come ci sentivamo? Come vi faceva sentire? Dovete sapere che il nostro cervello non distingue tra una realtà reale e una realtà virtuale come quella dei pensieri e immagini. Quindi 'pensare' e visualizzare una cosa bella equivale a riviverla, con tutto il suo apporto di ormoni buoni e buone sensazioni.
Provate. La prossima volta che venite invasi da pensieri cattivi, ricordatevi dell'EXPECTO PATRONUM. E' una pratica semplicissima, e, vi assicuro, funziona. E può essere insegnata, con l'aiuto di Harry Potter, anche ai bambini.

Maria Cristina Leboffe
(Tutti i diritti riservati)

giovedì 6 luglio 2017

Osare

È una bella parola 'osare'.
Significato: "Avere il coraggio di fare cosa che sia per sé temeraria, rischiosa, imprudente o per qualsiasi motivo ardita".

Quante volte avremmo voluto intraprendere qualcosa e ci siamo detti, ma no, dai, non ha senso, è troppo campato per aria, non porterà a niente, non ce la farai.
Eh sì, questo ci diciamo: non ce la farai.

Ma osare è liberarsi. Osare è spiccare il volo.
Osare è aprirsi alla fiducia che qualcosa sarà.
Osare è iniziare qualcosa, avendo fiducia che arriveranno gli aiuti giusti, al momento giusto.
Magari non proprio esattamente quello che avevate pensato osando, ma qualcosa arriverà e vi stupirà, lasciandovi felici, e senza parole.

Sorto dal nulla, qualcosa è nato, si è prodotto qualcosa 
(Nisargadatta Maharaj)
Maria Cristina Leboffe
(tutti i diritti riservati)




mercoledì 5 luglio 2017

Me lo sono concessa di scrivere questo blog

Spesso inizio i miei post con citazioni da libri, perchè, alcune volte, anzi spesso, anzi sempre, quando leggo una frase che mi colpisce, mi nasce un impulso irrefrenabile a scriverne, a condividere che cosa, di quella frase, mi ha toccata. Sì perchè la parola scritta ha questo effetto su di me, mi emoziona profondamente.
L'impulso irrefrenabile a scrivere ha potuto diventare realtà con questo blog, e sono davvero grata a Internet, a Google, al mio Mac (che non è un hamburger), alle connessioni con la saponetta, ai libri e ai loro autori.

Me lo sono concessa di scrivere questo blog.

Per molto tempo, e manco me ne rendevo conto, ho in qualche modo represso questa spinta.
Quello che mi ripetevo continuamente era, ma dai, mica sei una scrittrice, scrivi male, non si capisce quello che scrivi, a chi vuoi che interessi. Così ho fatto dei corsi di scrittura e storytelling, ma a quei corsi mi trovavo in mezzo a scrittori professionisti, e la mia scrittura, negli esercizi di gruppo, mi risultava ancora più stonata. Poi un bel giorno ho deciso di fare di questo mio apparente difetto, di questa mancanza (non sono una scrittrice=non posso scrivere), una forza. Ho cercato e subito trovato uno strumento per scrivere come volevo io, con il tono e lo stile che volevo io, ed è nato, in pochissimo, questo Blog.
Ecco, in soldoni, la mia storia dello scrivere.

E ne approfitto per mandare un grazie, un grazie di cuore a voi che leggete. I mei post vengono letti da centinaia di persone e, credeteci, il solo pensiero mi commuove profondamente. Quando poi incontro qualche amico o cliente che cita come un mio post l'ha aiutato in un momento difficile o l'ha fatto riflettere, sono incredula. E, davvero, quello che penso allora è che tutto quello che facciamo con il cuore e facendo uscire quello che veramente noi siamo, può aiutare gli altri a vivere meglio.

Maria Cristina Leboffe
(tutti i diritti riservati)



lunedì 3 luglio 2017

Ho trovato la mia parola

Ho trovato la mia parola.
La mia parola è ARMONIA.
Armonia con me stessa,
armonia con quello che ho intorno,
armonia con gli altri.
ARMONIA è una parola,
ma è anche un impegno verso di me,
verso la mia esistenza.
ARMONIA è un canto nel sottofondo della mia mente.
ARMONIA è la bellezza di essere nella vita.

Maria Cristina Leboffe
(Tutti i diritti riservati)








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